Neuroanatomia del trattamento TMS della depressione

 

 

GIOVANNA REZZONI

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 18 aprile 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: RECENSIONE]

 

Il disturbo depressivo maggiore (MDD), le altre forme di depressione meno grave ma ad andamento cronico, le due forme di disturbo bipolare (BD-I e BD-II) e gli stati ansioso-depressivi, nel loro insieme, costituiscono un problema sociale e non solo clinico, perché la loro prevalenza nelle società contemporanee varia da un quinto a un quarto dell’intera popolazione. Le stime di Kessler e colleghi (2005) per gli USA, a lungo adottate come riferimento epidemiologico per valutare l’impatto della depressione sulla popolazione, in molti studi recenti sono state riviste al rialzo, nonostante i progressi compiuti nella conoscenza delle basi neurobiologiche di questi disturbi.

In passato, l’approccio biomolecolare allo studio della depressione risentiva delle teorie patogenetiche sviluppate a partire dalla ricerca farmacologica e, quindi, era focalizzato sulle molecole implicate in primo luogo nel processo di ricaptazione della 5-HT (serotonina) e poi sul metabolismo delle amine biogene (catecolamine, ecc.) e sulla fisiopatologia dei recettori. Poi, progressivamente, soprattutto grazie all’approccio neurochimico, neurobiologico molecolare e neurofisiologico di ricercatori di base che indagavano ad ampio raggio tutti gli aspetti del cervello depresso, questo campo di studi si è esteso enormemente, al punto che solo elencare gli argomenti al vaglio della ricerca richiederebbe uno spazio superiore a quello di questo intero scritto.

Nonostante il miglioramento nelle possibilità e nei risultati delle terapie farmacologiche combinate con psicoterapia e cambiamento dello stile di vita, non si è avuta una riduzione delle persone afflitte da questi problemi per varie ragioni, fra le quali spicca l’aumentata percentuale di pazienti che non accetta di intraprendere un lungo trattamento farmacologico e teme i potenziali effetti collaterali. È vero che rimane una quota significativa di affetti da MDD che non risponde ai farmaci antidepressivi, ma è pur vero che in molti di questi casi viene proposta al paziente una monoterapia.

La possibilità, le modalità d’uso e l’efficacia della stimolazione magnetica transcranica (TMS) non sono ancora note a tutti gli psichiatri che, particolarmente in Italia, sembrano diffidenti soprattutto perché le basi anatomo-fisiologiche del meccanismo d’azione di questa metodica non sono sufficientemente definite. Caio Seguin e colleghi coordinati da Andrew Zalesky hanno condotto uno studio accurato per mappare le vie nervose attivate dalla TMS.

(Seguin C. et al., White matter pathways mediating dorsolateral prefrontal TMS therapy for depression. Nature Neuroscience – Epub ahead of print doi: 10.1038/s41593-026-02248-6, 2026).

La provenienza degli autori è la seguente: Department of Psychiatry, Melbourne Medical School, The University of Melbourne, Melbourne, Victoria (Australia); Department of Psychological and Brain Sciences, Indiana University, Bloomington, IN (USA); Centre for Sleep & Cognition & Centre for Translational Magnetic Resonance Research, Yong Loo Lin School of Medicine, National University of Singapore, Singapore (Singapore); Department of Neuroscience, University of Minnesota, Minneapolis, MN (USA); Masonic Institute for the Developing Brain, University of Minnesota, Minneapolis, MN (USA); Center for Neuroimaging, Indiana University School of Medicine, Indianapolis, IN (USA); Medical Imaging Research Institute, Department of Radiology and Imaging Sciences, Indiana University School of Medicine, Indianapolis, IN (USA); Indiana Alzheimer's Disease Research Center, Indiana University School of Medicine, Indianapolis, IN (Indiana Alzheimer's Disease Research Center, Indiana University School of Medicine, Indianapolis, IN (USA); Department of Computer, Control, and Management Engineering, University of Rome La Sapienza, Roma (Italia); School of Neuroscience, Virginia Tech, Blacksburg, VA (USA); Sydney Medical School, School of Biomedical Engineering, and Brain and Mind Centre, University of Sydney, Sydney, New South Wales (Australia); Department of Psychiatry, Brain Health Institute, Rutgers University, Piscataway, NJ (USA).

Il motivo per cui le basi biologiche della depressione comprendono uno spettro così ampio di strutture e funzioni è che l’esito nella neurofisiopatologia depressiva può avere tante origini diverse: dai deficit di molecole implicate in vie di segnalazione importanti per le attività psichiche alla perdita di intere parti del cervello per cause traumatiche o patologiche (ictus, neoplasie, degenerazione, ecc.).

Gli studi condotti con metodiche di neuroimmagine funzionale hanno rilevato nella massima parte dei pazienti depressi disfunzioni del lobo frontale, indicate da riduzione del flusso ematico e del metabolismo del glucosio nella corteccia prefrontale dorsale e laterale, e aumento dell’attività in alcune strutture ventrali. Sono state anche documentate evidenze di alterazioni funzionali nei gangli basali, nel lobo temporale e nelle strutture limbiche a questo associate, e tali anomalie fisiologiche possono essere associate ad alterazioni strutturali o essere indipendenti da queste.

Il disturbo depressivo maggiore (MDD), in particolare, è primariamente associato alla disfunzione della corteccia prefrontale, dell’amigdala, della parte anteriore del giro del cingolo e poi dei gangli basali. Negli anni recenti si tende a distinguere le anomalie funzionali dipendenti dal “regime” tipico della depressione (state-dependent), da anomalie simili a “tratti” propri di quel cervello (trait-like), caratterizzate, a differenza delle prime, dal persistere anche dopo la remissione dei sintomi e, dunque, rilevabili anche quando il paziente non presenta più alcun sintomo.

Fra gli studi che per primi hanno identificato dei tratti biologici del cervello depresso vi sono quelli che hanno individuato mediante tomografia ad emissione di positroni (PET) delle anomalie di legame dei recettori serotoninergici 5-HT1A nel tronco encefalico, nella corteccia prefrontale, nell’amigdala e nella corteccia temporale sia durante gli episodi depressivi, sia in condizioni in cui si aveva riscontro soggettivo e oggettivo di buon tono dell’umore e perfetto recupero di energie psichiche, ritmo ideativo ed efficienza cognitiva.

Gli studi sui correlati neuroanatomici dei disturbi depressivi da molto tempo sono centrati sulla connettomica, in quanto si è ritenuto che la predisposizione genetica alla depressione non si esprima con un endofenotipo caratterizzabile macroscopicamente. Non mancano, tuttavia, alcune eccezioni a questa regola, documentate in alcuni studi da noi recensiti in passato.

Caio Seguin, Andrew Zalesky e colleghi hanno impiegato modelli del connettoma per mappare le vie polisinaptiche impegnate dalla stimolazione magnetica transcranica (TMS) nella terapia della depressione.

I ricercatori propongono traiettorie corticali e sottocorticali che collegano i siti di stimolazione della corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC) alla corteccia cingolata subgenicolata (sgCC) attraverso varie regioni cerebrali intermedie.

Lo studio è stato condotto su due coorti indipendenti di pazienti. I dati emergenti dalle immagini, elaborate a partire dalla metodica della risonanza magnetica nucleare di tipo funzionale (fMR, da functional magnetic resonance imaging), dimostrano che la lunghezza del percorso attraverso le vie nervose spiega sia la risposta al trattamento sia l’efficacia clinica degli interventi TMS eseguiti sotto guida della fMRI.

Le rotte percorse tra la DLPFC e la sgCC dallo stimolo TMS forniscono un contributo alla conoscenza della neuroanatomia della stimolazione magnetica nel trattamento della depressione.

 

L’autrice della nota ringrazia la dottoressa Isabella Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).

 

Giovanna Rezzoni

BM&L-18 aprile 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

 

________________________________________________________________________________

 

La Società Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze, Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come organizzazione scientifica e culturale non-profit.